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Scuderie che vanno...

 

Era l’anno 2008; nel mese di novembre la Honda dava il suo addio alle competizioni nel campionato di Formula 1. Da lì e per i mesi successivi si sarebbe visto di tutto e di più per salvare la scuderia, i posti di lavoro di meccanici, tecnici e ingegneri, nonché i piloti sotto contratto.

Arrivò Ross Brawn che, grazie anche alla mediazione di Bernie Ecclestone, acquistò al prezzo simbolico di 1 £ (1 sterlina) la struttura di cui la casa giapponese aveva deciso di disfarsi in fretta e furia.

La squadra cambiò nome, da Honda Racing a Brawn GP, portò a termine il progetto della vettura 2009 iniziato e che rischiava di non vedere la luce e vinse il Titolo mondiale di Formula 1 2009.

La Honda è stato il caso più eclatante degli ultimi anni riguardante scuderie che lasciano il “circus” iridato. Da Tokyo hanno dato spiegazioni di tipo economico, che avevano a che fare principalmente con la crisi finanziaria iniziata nell’ultimo trimestre del 2008. Obiettivamente parlando, questa può essere solo una delle motivazioni. Un’altra motivazione, di cui poco si è parlato in quest’ultimo anno, è la carenza di risultati che la squadra ha avuto a fronte dei moltissimi soldi spesi: una sola vittoria nel GP d’Ungheria 2006 da quando la BAR è stata totalmente assorbita dalla casa automobilistica nipponica.

Come la Honda nel 2008, ci sono altri casi simili nel 2009: la Toyota e la BMW. Sia tedeschi che giapponesi hanno deciso di ritirare le scuderie per carenza di capitali e di risultati; a questi due è possibile che si unisca anche la Renault, con la motivazione aggiuntiva della perdita di immagine dovuta al caso “Crash-Gate” del GP di Singapore 2008.

Lo scenario che si viene a delineare in questo momento vede la Formula 1 abbandonata dai grandi costruttori di auto: gli unici superstiti restano la Ferrari e la Mercedes.

Secondo alcuni questa cosa è un male, secondo altri no. Esaminiamo attentamente la questione.

Fin dagli inizi della sua storia la Formula 1 è sempre stata composta da un “mix” di costruttori e piccole squadre; la stessa scuderia Ferrari, negli anni ’50, era una piccola fabbrica paragonabile a quella che poteva essere la vecchia Minardi degli anni ’80; con il tempo, la volontà e i sacrifici quelli di Maranello sono diventati grandi. Adesso, a sentire il Presidente Luca di Montezemolo, la Formula 1 sembra destinata a morire senza i grossi costruttori ed ecco spuntare proposte assurde come l’introduzione della terza macchina per ogni squadra e via dicendo. Il problema vero in realtà è stata la gestione della Formula 1 di questi ultimi anni, che ha mirato ad affossare i piccoli costruttori per dar spazio alle grandi case automobilistiche e alle loro vagonate di Euro sonanti, senza tener conto di un frangente simile, in cui i risultati mancano e i soldi finiscono.

Un grosso costruttore di auto pensa al mercato, a vendere il suo prodotto e una competizione automobilistica è vista principalmente come un’occasione per farsi pubblicità; un piccolo costruttore, com’era Enzo Ferrari agli inizi o com’è tutt’ora Sir Frank Williams, vive per fare corse; la sua azienda è costituita apposta per andare in giro per autodromi. Gli obiettivi sono diversi, per forza di cose un grosso costruttore, nel momento in cui il ritorno pubblicitario delle gare dovesse divenire esiguo, ritira la squadra e buonanotte, mentre un piccolo team, che delle corse fa la propria ragione di vita, continua a sopravvivere.

Per Toyota e BMW, esempi più recenti di costruttori che hanno gettato la spugna, si tratta proprio di una carenza di ritorno di immagine. A loro non interessa che il campionato di Formula 1 continui, perché la loro attività principale è un’altra, cioè vendere le loro auto a noi possibili acquirenti. Quindi, nel momento in cui le figuracce continuano a susseguirsi, ecco che la motivazione di ritirare la scuderia è inequivocabile.

Per quello che può valere, ad un vero appassionato, che ci siano o meno auto marchiate con questo o quello stemma di una certa casa, poco importa, a meno che non si sia tifosi di quella certa casa, ma in genere non si fa caso al fatto che ci siano grossi costruttori ad animare le gare.

C’è un’altra motivazione più tecnica sotto il ritiro di Toyota e BMW, una motivazione che nessuno mai tirerà in ballo, perché significa sconfessare la linea di condotta finora attuata, anche se la si è già pesantemente criticata in altre occasioni: la carenza di sviluppi. Sappiamo che ormai da anni la Formula 1 non è più quella di una volta; gli sviluppi sulle monoposto sono vietati in quasi tutti i settori, tranne che sul doppio diffusore e sulle bandelle dell’alettone anteriore, come abbiamo visto nel campionato 2009. Per un grosso costruttore questa cosa non è certo un fatto positivo, perché viene meno la motivazione a considerare la partecipazione al campionato un investimento in ricerca tecnologica. A prescindere dai risultati e dal ritorno pubblicitario, una casa automobilistica decide di partecipare ad una competizione anche per sperimentare in pista soluzioni che intende, prima o poi, installare sulle vetture di serie che ci vengono vendute; venendo meno la possibilità di sviluppare le monoposto in zone importanti come motore, cambio e freni, anche questa motivazione a partecipare viene meno.

Questi sono i ragionamenti che i consigli di amministrazione dei colossi dell’auto fanno quando si tratta di dover decidere i capitoli di spesa da tagliare; se la Formula 1 non è più un laboratorio tecnologico inutile continuare; la pubblicità può essere fatta, a parità di copertura mediatica e con minori costi, assumendo agenzie specializzate in campagne pubblicitarie; una serie di spot televisivi durante un film, o cartelloni pubblicitari lungo la strada o anche attività promozionali nelle proprie concessionarie o in occasione delle fiere dell’auto, vengono a costare molto meno di un mondiale di Formula 1.

Fu così che la Formula 1, da essere un misto di grandi nomi e piccoli team, divenne solo uno dei tanti campionati monomarca costituiti da piccole squadre.

Badate che chi scrive non si lamenta delle piccole squadre, ma del fatto che la Formula 1 è ormai in tutto e per tutto una parente stretta di un campionato monomarca; peccato però che i campionati monomarca e un campionato di Formula 1 abbiano degli obiettivi di gran lunga diversi: il monomarca è fatto per “promuovere” giovani piloti che, correndo in condizioni di macchine tutte uguali, hanno la possibilità di farsi notare per la bravura rispetto ai concorrenti; la F1, dovendo avere una componente anche di evoluzione tecnica, dovrebbe servire anche come laboratorio di ricerca per nuove soluzioni tecnologiche.

L’attuale situazione, invece, è completamente diversa, tanto che la F1 che ci ha sempre appassionato, ormai, non esiste più.

Un cordiale saluto a tutti, ci risentiamo tra 15 giorni.

A cura di

Giorgio Eric Bucci













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