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Le Rubriche di
Rally Italia & all Motorsport

“Motori questi sconosciuti”; ecco
la frase più appropriata per descrivere l’attuale situazione motoristica in
Formula 1. Il perché di tale affermazione è
semplice da spiegare: negli ultimi anni sono state inventate regole sempre più assurde,
che hanno penalizzato pesantemente una delle parti più importanti della F1, ovvero
lo sviluppo dei motori, che è stato reso praticamente inesistente. Iniziamo con le regole che
impongono di utilizzare lo stesso motore per due, tre o più gare: si dice per
risparmiare sui costi, ma sarà vero? Come può la minore quantità di unità
motrici costruite ed utilizzate in un anno influire così tanto sui costi delle
squadre? Si risparmia sugli approvvigionamenti di materie prime e
componentistica, così come sulle ore di lavoro in catena di montaggio, questo è
ovvio, ma si ignora che i materiali da utilizzare devono diventare sempre più
resistenti ed occorre comunque fare dei test sulle leghe metalliche che si
pensa di utilizzare, test di laboratorio che vanno aumentando sempre più e con
essi i loro costi di realizzazione. Proseguiamo con il cosiddetto
“congelamento”: perché vietare lo sviluppo dei motori? Solo per una questione
di sicurezza evitando che diventino troppo potenti? No, per risparmiare! In
altre parole adesso ci si trova con una F1 in cui ogni costruttore costruisce
un motore le cui caratteristiche sia geometriche che di sviluppo sono date dal
regolamento. Una “sottospecie” di quel motore unico che è stato proposto
ultimamente e per fortuna scongiurato, anche se, di fatto, la situazione attuale
è molto simile a quella evitata. Che senso ha tutto questo? Non
sarebbe più semplice porsi dei tetti di spesa (come già spiegato in questa sede
nelle precedenti occasioni) e far utilizzare a ciascuno dei partecipanti il
motore preferito nel numero di unità che si reputa più conveniente? In fondo,
se i budget venissero contingentati, ognuno potrebbe tornare ad essere libero
di fare come crede cercando di non sprecare i soldi disponibili. I più bravi
sarebbero quelli che riescono a vincere senza spendere una fortuna. Quando si parla di motore
“preferito” è da intendersi nel senso più esteso e veritiero della parola: ogni
squadra, ufficiale o privata che sia, dovrebbe essere libera di schierare il
motore che più si addice al progetto che intende schierare. Si potrebbe
lasciare libertà assoluta non solo su parametri “classici” come cilindrata e
frazionamento, ma addirittura sul tipo stesso di motore da usare, ad esempio se
a benzina o a gasolio o con altro tipo di alimentazione, se rotativo come il
Wankel o a moto alternato come quelli “tradizionali”. Questo sì che ridarebbe
alla F1 un motivo di interesse! Sarebbe bello sentire in telecronaca i
commentatori che pronunciano frasi del tipo: «Ecco la Ferrari che schiera
nuovamente le vetture con il suo storico 12 cilindri, mentre la rivale McLaren-Mercedes
utilizza il collaudato V10, ed abbiamo l’esordiente AUDI che si presenta con un
motore TDI derivato da quello con cui ha vinto ripetutamente la 24 ore di Le
Mans…» e così via! Non sarebbe più affascinante? E invece no! Questo fascino ci
deve essere vietato. A livello ingegneristico, per
evitare disparità eccessive e rendere tanti motori diversi in grado di
competere tra loro alla pari, si potrebbe utilizzare come parametro di
equivalenza la potenza erogata. Permettendo di usare un qualsivoglia tipo di
propulsione quella sarebbe l’unica grandezza davvero in comune per tutti. Imporre una potenza limite da non
oltrepassare avrebbe i suoi vantaggi. Innanzitutto le prestazioni sarebbero
livellate quanto basta da garantire classifiche molto ravvicinate, in più si
eviterebbe il ricorso a regole di intervento sui progetti volte a depotenziare
i motori quando questi raggiungono prestazioni eccessive, come è successo
l’ultima volta nel 2006 quando i motori sono stati ridotti ad una cilindrata di
2400 cm3 con un frazionamento di 8 cilindri. Tanto vale, meglio che
sia il regolamento stesso a dire quanta potenza i costruttori possono sfruttare
e, in base a questa, lasciarli liberi di lavorare come meglio credono. I puristi potrebbero storcere il
naso, dicendo che non è storicamente giusto fare così, perché in una gara di
Formula 1 si devono avere motori sempre più potenti. Ok, nessuno dice che
questo sia brutto, ma chi conosce la storia della F1 sa bene che i motoristi
riescono sempre e comunque a dare ai motori maggiore potenza e, puntualmente,
il regolamento interviene limitando le possibilità di lavoro. Ormai siamo
arrivati ad un punto in cui le limitazioni regolamentari sui motori sono
esagerate, ormai non si può lavorare più su nessun particolare davvero
importante; in altre parole, motoristicamente parlando, l’attuale F1 ha dato
tutto o quasi; per farla “risorgere” occorre fare una sorta di “piccola
rivoluzione” e questa potrebbe essere la strada ideale. Imponendo la potenza limite massima
(si specifica perché i motori possono pur sempre avere potenza minore per vari
motivi) la progettazione seguirebbe strade differenti, perché vedrebbe quello
che adesso è un risultato da ottenere divenire un dato di partenza da cui poi
sviluppare tutto il lavoro. Ne beneficerebbero l’affidabilità, i consumi e la
ricerca tecnica nel senso più ampio della parola. Anche i costi potrebbero
trovarne giovamento, perché, una volta trovato “l’ottimo”, i motoristi non
avrebbero più la spinta a dover rivoluzionare completamente il propulsore, ma
andrebbero a migliorarlo di volta in volta solo dove è ritenuto necessario, mantenendo
sia l’aspetto di sviluppo, anche se non esagerato, e con un notevole risparmio
che, in un eventuale regime di costi contingentati, potrebbe avere i suoi
risvolti positivi. Si potrebbe ulteriormente
obiettare che verificare la potenza non è possibile e invece non è così. Chi di noi non ha mai visto una
prova in officina quando si va a fare la revisione (parlo di quelle officine in
cui il lavoro viene svolto correttamente) o quando si porta ad “elaborare” il
motore? Il propulsore, per essere testato, non viene né smontato dalla vettura
né subisce particolari trattamenti; la macchina, tutta intera, viene posta su un
ponte, le ruote posizionate su dei rulli, solitamente montati sul ponte stesso,
e viene avviata. I rulli in questione, collegati ad un opportuno apparato di
misura, girando spinti dalle ruote, danno i valori di potenza e coppia che la
macchina scarica a terra. Con un piccolo calcolo, introducendo un paramero che
in ingegneria si chiama “rendimento di trasmissione” e che serve a stimare le
dissipazioni di potenza che intercorrono tra l’albero motore e le ruote, si può
risalire senza troppa difficoltà alla potenza erogata dall’albero. I valori del
rendimento di trasmissione solitamente non vanno mai al di sotto di 0,9 (la
trasmissione “mangerebbe” in attriti e dissipazioni varie più del 10%
dell’energia che riceve dall’albero e questo solitamente è ritenuto eccessivo)
e comunque non supererebbe mai 1 (significherebbe che la trasmissione dà alle
ruote più energia di quanta ne riceva e questo, leggi fisiche alla mano, è
impossibile); chi controlla, sapendo quelli che sono i valori attendibili di
questo piccolo, ma importantissimo, numero, difficilmente potrebbe non
accorgersi di quelle squadre che cercano di “barare” fornendo ai commissari
valori “fasulli”. La fattibilità sia teorica che
pratica di questa regola c’è, ma non c’è chi ha il coraggio di proporla e,
quantomeno, di provare a vedere se può davvero funzionare oppure no. E nel frattempo noi ci guardiamo
una F1 che ormai di “1”
non ha quasi più nulla.
Arrivederci alla prossima, in cui
avremo un “ospite” d’eccezione: il neonato K.E.R.S.
A cura di Giorgio Eric Bucci
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