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Le Rubriche di
Rally Italia & all Motorsport
Con
questa rubrica prende il via una nuova iniziativa di Rally Italia &
all Motorsport, una nuova serie di rubriche che andranno ad
approffondire i temi più scottanti,i personaggi più significatici,
l'evoluzione nel tempo e nei regolamenti degli sport motoristici. Andremo
in fondo ai problemi che attraversa il mondo dei motori, con
particolare attenzione ai cambiamenti che potrebbero esserci
all'orizzonte, anche in conseguenza dei difficili tempi che stà
attraversando l'economia mondiale, e le conseguenze che di riflesso ci
sono o potrebbero esserci in tutti gli sport a 2 e 4 ruote. Rally
Italia con queste rubriche vuole aiutarvi ad approfondire queste
scottanti tematiche che potrebbero stravolgere per sempre lil mondo dei
motori per come lo conosciamo, ma andremo anche ad analizzare le figure
di vari piloti e di vari mezzi, ed il peso che hanno o hanno avuto
nel corso della storia delle competizioni. A
dare il via a questa nuova serie di rubriche è "F1 Degeneration - Tutto
il caos della Formula 1", a cura di Giorgio Eric Bucci, dove si
approfondirà tutto quello che sta succedendo all'interno della F1, con
continue proposte per cercare di andare a ridurre i costi per
salvare il "Circus", vedremo quanto valide possano essere queste
proposte, quanto veramente possano giovare alla F1, o se in realtà
possano solamente nuocere alla classe regina delle 4 ruote.

Il campionato di Formula 1 2008 è
appena finito e già Federazione, squadre e piloti pensano alla stagione 2009,
la quale si preannuncia ricca di novità sotto molti aspetti, da quelli
economici a quelli tecnici e sportivi. La crisi economica, che
improvvisamente ha coinvolto le economie di quasi tutto il mondo, ha reso
necessaria anche nel circus
l’elaborazione di manovre atte a garantirne la sopravvivenza anche in
condizione di carenza di denaro, portando ripercussioni anche, e soprattutto,
nel regolamento della competizione. Fra le proposte elaborate dalla
F.I.A. per ridurre i costi esorbitanti della Formula 1, ha suscitato molto
scalpore quella dell’adozione del motore unico (o standard) al fine di
risparmiare i soldi che si andrebbero a spendere in fase di progettazione e
costruzione dei propulsori. I costruttori, contrari a questa
soluzione per ragioni sia d’immagine che tecniche, hanno invece accettato una
proposta di modifica al regolamento attuale, che consisteva nel portare da due
a tre gare la vita minima consentita per ogni unità motrice, mantenendo il
cosiddetto “congelamento” dei progetti, in attesa che venga meglio definita la
questione riguardo al motore unico per poi regolarsi di conseguenza. Tralasciando al momento le varie
argomentazioni tecniche relative ad una simile iniziativa, soffermiamoci per un
attimo sugli aspetti economici che queste misure hanno. Innanzitutto bisogna
realmente vedere in che entità la minore quantità di motori costruiti durante
l’anno possa coincidere con un risparmio di denaro vero e proprio, visto che,
per rendere i motori più duraturi e affidabili, vengono comunque spesi soldi in
ricerca non solo sui materiali in quanto tali, ma anche sulle prove di
laboratorio da effettuare per verificare l’esattezza di quanto previsto sulla
carta. Tale dubbio trova ragion d’essere nel fatto che in qualunque impresa di
tipo industriale, come sono anche le fabbriche in cui vengono progettate e
costruite le monoposto, i reparti di ricerca e sviluppo rappresentano sempre e
comunque le voci di spesa fra le più elevate del bilancio. In altre parole, con
una simile misura, si spende meno da una parte (cioè la quantità di motori
costruiti), ma si incrementano le spese da un’altra (ricerca, sviluppo e test
di laboratorio), mostrando che, in realtà, queste idee rappresentano solo dei
palliativi e non delle soluzioni vere e proprie. Fermo restando il fatto che molti
dei loro soldi le squadre di Formula 1 tendono a sprecarli, come ad esempio
nelle sontuose hospitality costruite nei paddock e a cui solo pochi “eletti”
posso accedere, oppure nelle presentazioni in pompa magna di inizio stagione,
cosa, quest’ultima, a cui Toyota e BMW hanno deciso di rinunciare per il 2009,
c’è anche da dire che dei lauti guadagni che l’organizzazione di gare in giro
per il mondo porta all’interno della Formula 1 le squadre ne vedono solo una
minima parte, pur essendo loro stesse la vera e propria anima del “circus
iridato”. Questa situazione ha portato all’impoverimento di alcune squadre
anche di primo piano, relegate attualmente nelle parti basse delle classifiche,
e alla scomparsa di altre, che, per questioni economiche, hanno reputato
l’abbandono del mondiale la soluzione migliore, senza considerare quelle
smantellate per fallimento. Riguardo a questo basti pensare alla Honda che,
poco dopo la fine del campionato 2008, ha ufficializzato il suo ritiro dalle
competizioni per via delle eccessive spese che questa attività comporta e che
non si reputa più in grado di sopportare, soprattutto vista la scarsità di
risultati, preferendo risparmiare risorse da investire, invece, nelle sue
attività industriali. Se addirittura la Honda, con i suoi grandi capitali, ha deciso di
ritirarsi per contenere le spese, cosa succederà ai teams più piccoli? Questo
dubbio apre uno scenario non roseo per la Formula 1, anzi, piuttosto critico, rendendo la
crisi economica una reale minaccia per la sopravvivenza di questo sport. Una parte consistente dei
quattrini circolanti nell’ambiente della Formula 1 attualmente finisce nelle casse
della Formula One Association presieduta da Bernie Ecclestone il quale, insieme
ai suoi soci, intasca il 50% dei ricavi di tutta la Formula 1. Fatti dei conti
è facile intuire che le squadre intaschino una cifra irrisoria rispetto a
quanto incassato dalla Formula 1 nel suo complesso, a dispetto degli sforzi sia
tecnici che economici sopportati per far svolgere il campionato. A questo punto viene da pensare:
riusciranno i costruttori ora riuniti nella F.O.T.A. (Formula One Teams
Association) a convincere Bernie Ecclestone a rivedere le quote di
distribuzione degli introiti? E in quali proporzioni? La logica suggerirebbe, come
risposta a queste domande, una ripartizione 80%-20%, con la percentuale
maggiore da assegnare ovviamente alle squadre, magari scindendola in quote da
dividere fra premi per i piazzamenti in classifica e altro tipo di benefici
economici, e la percentuale minore da dividere fra Ecclestone e soci i quali,
svolgendo appunto operazioni di tipo manageriale nell’ambito
dell’organizzazione del mondiale, vedrebbero i loro guadagni proporzionati a
quelli di molti dei manager operanti sul mercato del lavoro, i quali,
mediamente, richiedono ai propri assistiti all’incirca il 20% dei guadagni
quale compenso per il lavoro svolto nella gestione dei loro interessi
economici. In questo modo le squadre di Formula 1 avrebbero più soldi in tasca
da potersi dividere e gestire e non si dovrebbe ricorrere alle misure
“palliative” precedentemente descritte. Al momento, le proposte che le
squadre stanno esaminando, prevedono una distribuzione delle entrate pari al
70%-30%, ma bisogna sempre vedere se Ecclestone le accetterà. Quelle che potrebbero
ipoteticamente essere le misure di ripartizione “per merito” accennate, saranno
oggetto di discussione nel prosieguo di questa rubrica. A cura di Giorgio Eric Bucci
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